Calabria: 63 arresti e 103 milioni di euro sequestrati. Indagato Domenico Furgiuele, deputato della Lega

Il deputato leghista Domenico Furgiuele

Domenico Furgiuele, il deputato della Lega è indagato per turbativa d’asta.  I PM avevano chiesto il sequestro dei conti correnti.

Al parlamentare di Lamezia Terme, genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei (già condannato per reati di mafia) il procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Gaetano Paci contestano il concorso in turbativa d’asta.

Stando alle indagini della Guardia di Finanza c’era un vero e proprio “cartello criminale” composto da imprenditori e pubblici ufficiali ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta aggravata dall’agevolazione mafiosa, frode nelle pubbliche forniture, corruzione ed altri gravi reati

C’è anche il deputato della Lega Domenico Furgiuele tra gli indagati dell’inchiesta “Waterfront” che stamattina ha portato all’arresto di 63 persone tra cui 11 funzionari pubblici e al sequestro di beni per 103 milioni di euro.

Il parlamentare del Carroccio è accusato di turbativa d’asta in concorso. Nel mirino degli investigatori ci sono ventidue gare d’appalto truccate per 100 milioni di euro. L’operazione nel comune di Gioia Tauro che ha dato il nome all’operazione antimafia scattata stamattina all’alba.

Al parlamentare di Lamezia Terme, genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei (già condannato per reati di mafia) il procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Gaetano Paci contestano il concorso in turbativa d’asta in quanto rappresentante legale della società “Terina” che aveva partecipato a una gara d’appalto per la quale la Dda ha trovato tracce di accordi in un computer di un altro indagato.

L’inchiesta è il seguito dell’operazione “Cumbertazione” che, nel 2017, aveva fatto luce sul sistema che le cosche e le imprese “amiche dei clan” adottavano per accaparrarsi numerosi lavori pubblici nella piana di Gioia Tauro.

Anche questa volta, in manette sono finiti numerosi imprenditori legati alla famiglia mafiosa dei Piromalli che ha allungato i suoi tentacoli sul programma di interventi per lo sviluppo urbano che rientravano nel progetto “Waterfront”.

Oltre 500 militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e Servizio centrale investigazione criminalità organizzata sono stati impegnati tutta la notte per eseguire le misure cautelari e patrimoniali nelle province di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Vibo Valentia, Messina, Palermo, Trapani, Agrigento, Benevento, Avellino, Milano, Alessandria, Brescia, Gorizia, Pisa, Bologna e Roma.

L’operazione “Waterfront”, secondo gli inquirenti, “rappresenta l’epilogo delle investigazioni condotte dal Gico del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Reggio Calabria, volte a contrastare i profili imprenditoriali della cosca di ‘ndrangheta Piromalli, operante nella piana di Gioia Tauro”.

Stando alle indagini condotte dagli uomini del colonnello Flavio Urbani , c’era un vero e proprio “cartello criminale composto da imprenditori e pubblici ufficiali ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta aggravata dall’agevolazione mafiosa, frode nelle pubbliche forniture, corruzione ed altri gravi reati”.

GLI ARRESTATI

Su richiesta della Dda, il gip Filippo Aragona ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare per 63 persone. In 14 sono finiti agli arresti domiciliari, Tra questi gli imprenditori Francesco Bagalà (di 43 anni), Francesco Bagalà (di 30 anni), Giorgio Morabito, Giorgio Ottavio Barbieri, Carlo Cittadini, Domenico Gallo.

Ma anche il funzionario dell’Anas Giovanni Fiordaliso e i funzionari del Comune di Gioia Tauro, Angela Nicoletta e Francesco Mangione che, insieme, hanno rivestito la qualifica di direttore dei lavori e responsabile unico del procedimento per la maggioranza degli appalti relativi al Waterfront ed alle altre opere pubbliche indetti con i fondi Pisu, consentendo ai legali rappresentanti delle ditte aggiudicatarie, di poter lucrare ingenti profitti ai danni della Regione Calabria e della Comunità Europea che ha cofinanziato i progetti di riqualificazione strutturale.

Nei confronti di 20 indagati, il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria più altri 29 divieti temporanei di esercitare l’attività imprenditoriale. La guardia di finanza ha applicato i sigilli a 36 società che hanno un valore di 103 milioni di euro. Inoltre, l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, per 9 milioni e mezzo di euro, dei beni mobili e immobili di sette indagati.

57 IMPRENDITORI UN UNICO CARTELLO

Secondo gli investigatori, c’era un unico illecito cartello composto da 57 imprenditori capaci di aggiudicarsi 22 gare ad evidenza pubblica attraverso turbative d’asta aggravate dall’agevolazione mafiosa. Tra il 2007 e il 2016, infatti, le stazioni appaltanti dei Comuni di Gioia Tauro e Rosarno e la Stazione unica appaltante (Suap) di Reggio Calabria hanno gestito gare per oltre 100 milioni di euro.

Il sistema era semplice e ha coinvolto 43 imprese calabresi, toscane, siciliane e campane che concordavano le offerte da presentare per la gara in modo da garantire l’aggiudicazione dell’appalto a una delle società del cartello.

Se quest’operazione non riusciva, le manovre illecite riguardavano il subappalto e la procedura di nolo.

Lo scopo era sempre quello di controllare la gara e la conseguente esecuzione dei lavori affidata, comunque, alle imprese delle varie cordate che assicuravano la cosiddetta “tangente ambientale” alla cosca Piromalli di Gioia Tauro.

Per la Dda, “in questo sistema, sostenuto da un collante composito fatto di imposizione ‘ndranghetistica e collusione, lo scopo perseguito dal sodalizio criminale è stato quello di garantirsi il controllo delle gare pubbliche indette dalle stazioni appaltanti calabresi”.

L’associazione a delinquere era guidata dagli imprenditori “collusi” Bagalà e Morabito. Sono loro, secondo gli inquirenti, che hanno fatto man bassa dei fondi comunitari lucrando ai danni degli enti pubblici ai quali erano destinati.

LA COMPLICITA’ DEI DIRIGENTI COMUNALI

Per gli investigatori della guardia di finanza, dall’inchiesta “Waterfront” è emersa una “sistematica frode in pubbliche forniture” che passava per “diffuse irregolarità di carattere contabile e amministrativo” e “varianti in corso d’opera, difformità rispetto ai progetti approvati nell’esecuzione dei lavori e nell’utilizzo dei materiali, omessi collaudi statici, consegne parziali, polizze fidejussorie irregolari, prove non eseguite sulla qualità e sullo spessore degli asfalti bituminosi.

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